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RIDIAMO VITA AI PARCHI PUBBLICI

RIDIAMO VITA AI PARCHI PUBBLICI ABBANDONATI, A PARTIRE DA VILLA MARIA.

Questo vuole essere un progetto che coinvolge tutti gli operatori del terzo settore e del sociale della città di Livorno (ripetibile anche a livello provinciale e regionale) per la riqualificazione di  tutte le ville ed i parchi pubblici presenti nella città in modo da rendere le stesse nuovamente vive e vivibili. Ogni associazione NO PROFIT, si prenderà carico (con fondi stanziati dal Comune, donazioni dei cittadini interessati e raccolte crownfunding ) di ogni singola villa ed ogni singolo parco presentando  un progetto per essa completo di business plan  in modo da instituire un tavolo tecnico (composto da istituzioni, operatori del settore e tecnici) per poi  vagliare ed approvare il progetto e elargire i fondi necessari  in modo da  attuare in tempi brevissimi e poco burocratici le azioni da portare avanti. Si
andrebbe in questo modo a creare un punto di ritrovo per i cittadini, si ridurrebbe la criminalità che ad oggi esiste dentro questi parchi e ville, a causa del fatto che essi sono poco frequentati con la loro trasformazione in territorio per balordi, teppisti e tossici.

Ogni parco o villa deve essere usufruibile al 100% da chi ha disabilità, senza alcuna barriera architettonica. Dovranno essere dotati di rete di wi-fi libera, in modo da dare a tutti la possibilità di essere connessi.

Le associazioni che hanno preso in carico i parchi dovranno predisporre delle app funzionali in modo che chi si iscrive possa interagire con loro e fare proposte o sollevare problemi.

Per ogni villa comunale andremmo a inserire uno sgambatoio, si eviterà così di far girare i proprietari con i cani legati per le ville e ci sarebbe più pulizia, oltre al fatto di avere sempre la zona vissuta e monitorata.

Facciamo un esempio concreto con VILLA MARIA di via Calzabigi/via Redi: oltre al ripristino della struttura principale (che è stato avviata) esiste un’altra struttura di piccolissime dimensioni dove si potrebbe creare un chiosco (bar pizzeria) con una pedana di discrete dimensioni utilizzabile non solo per le persone durante il giorno, ma potrebbe essere destinata ad ospitare serate danzanti. In questo modo ci riapproprieremmo di questa villa come delle altre se per ognuna fosse presentato e gestito un progetto.

Francesco Vitabile

Presidente

HRD_ONG Resilienza Italia ONLUS

Lo sport che vorrei a Livorno

Avere una popolazione sportiva significa avere una popolazione civile. Cittadini che convivono nel rispetto delle regole perché nate da necessità di convivenza e collaborazione.

Avere una popolazione sportiva significa avere una popolazione sana. Cittadini che vivono la sanità pubblica nella consapevolezza del proprio corpo, che cresce e si mantiene sano.

L’Italia non ha una popolazione sportiva. Livorno è invece una città virtuosa in questo senso e potrebbe essere protagonista di una mini rivoluzione culturale che potrebbe far da traino.

Lo Sport è cultura, socializzazione e rispetto della legalità. E per questo deve essere elemento essenziale nelle politiche di un’amministrazione comunale seria.

Cosa abbiamo

Abbiamo tradizione, competenza e passione. Siamo città di eccellenze sportive e non solo. Abbiamo miriadi di associazioni più o meno dilettantistiche che fanno sport di base. Abbiamo settori che si barcamenano alla giornata. Abbiamo progetti faraonici senza soldi. Ci sono piccoli progetti che funzionano e grandi progetti che potrebbero funzionare. Abbiamo il calcio che fa da traino ed è sport ricco. Abbiamo basket e volley con la voglia di professionismo. Abbiamo il rugby in crescita. Abbiamo sport come scherma e nuoto, che hanno fatto e fanno tuttora grande Livorno a livello mondiale, abbiamo atletica, ciclismo, lotta, pugilato, arti marziali che con la sola passione ottengono risultati di livello assoluto. Abbiamo istruttori e formatori che da dilettanti dimostrano professionalità invidiata anche da veri professionisti. Abbiamo l’area dell’Ippodromo, da 4 anni malamente e incredibilmente abbandonata. 

Cosa manca

Mancano strutture adeguate alla quantità e alla qualità dei praticanti. Questa carenza di strutture ha fatto sì che attualmente, la pubblica amministrazione stia dando avvio ad un’asta al rialzo per aggiudicarsi l’utilizzo di palestre scolastiche e strutture, tra l’altro generalmente mal tenute salvo pochi casi virtuosi.

Questa politica, che tra l’altro stravolge il senso della legge guida, può portare solo ad una grave conseguenza: l’innalzamento delle tariffe e quindi una prima selezione di reclutamento in base al censo, con conseguente diminuzione dei praticanti e un calmieramento delle attività in base alle strutture e non in base alla popolazione reale.

Parlando di basket e volley, che sono gli sport indoor che hanno bisogno delle strutture più grandi, c’è la possibilità di raddoppiare i volumi di diverse strutture cittadine. In questo modo possiamo promettere l’impianto della Bastia alla serie A di volley, andando a creare campi contigui a strutture già esistenti ai vari PalaMacchia, PalaCosmelli, Scuole Lambruschini, XI Maggio o dovunque ci sia già lo spazio da coprire e allestire, tenendo comuni i servizi già esistenti.

Così come lo storico circolo di scherma potrebbe aumentare la superficie di allenamento nel prato retrostante all’attuale palazzetto della scherma.

Dalla creazione di nuove strutture (e adeguamento di quelle esistenti) si aprirebbe uno scenario che potrebbe creare un “modello Livorno”: il 100% della popolazione che ha accesso allo sport di base.

Deve essere interesse specifico delle pubbliche amministrazioni avere una popolazione sportiva per i motivi che abbiamo descritto in premessa. L’educazione allo sport nasce in famiglia, ma va coltivata già dai primi passi. Sarebbe bene che i bambini, dai 3 fino almeno ai 13 anni, pratichino sport tutti i giorni almeno un’ora al giorno. Questo li aiuterebbe ad esprimere al meglio anche a livello scolastico le loro capacità. E’ semplicemente quello che facevano le popolazioni non connesse in rete quando scendevano ogni giorno in cortile e che adesso, per i motivi più diversi, non fanno più.

Adesso fa sport solo il bambino che ha la fortuna di avere genitori o nonni che lo introducono e che abbiano la possibilità di accompagnarlo. I motivi di un mancato reclutamento possono essere quindi contingenti, ma spesso sono economici e/o culturali.

Una prima implementazione potrebbe essere un adeguamento delle tariffe in base al reddito, prendendo come strumento l’ISEE, e introducendo una sorta di convenzione fra le società e la pubblica amministrazione.

Un primo passo potrebbe essere il rafforzamento dell’ufficio sport. Si potrebbe organizzare un’assemblea generale di tutti i soggetti sportivi cittadini, per avere un quadro chiaro dei bisogni e delle richieste di tutte le realtà. Aggiornare i regolamenti comunali e soprattutto vigilare su di essi. Il grosso problema attuale è proprio la mancanza di vigilanza sulle regole attuali, e alla base anche in questo caso ci sono quei motivi clientelari che hanno affossato la città a livello economico. Commissione Sport e Commissione Vigilanza sono organi già presenti, ma ultimamente faticano ad essere rappresentativi di tutte le realtà.

Fondamentale è scegliere le persone che dovranno avere ben chiaro l’interesse comune, il principio di equa suddivisione delle utilità, ma anche delle mancanze, l’idea di sport di base e per tutti e in collaborazione fra i vari sport.

Poi viene il professionismo e l’eccellenza.

Livorno quindi Città dello Sport, con una riqualificazione profonda e moderna dell’area degli impianti sportivi in zona Stadio, che diventi una vera cittadella dello sport trasformandosi in una sorta di “istituto comprensivo” che vada dalle elementari (l’avviamento allo sport) fino all’università (l’eccellenza dei professionisti). La Pubblica Amministrazione, proprietaria delle strutture, dovrà aprire a privati e finanziatori con l’obiettivo di favorire la pratica sportiva di base e spingere sport ricchi come il calcio a partecipare attivamente ad un’accademia multidisciplinare. La partecipazione degli Istituti Scolastici da una parte, e del Coni con le sue Federazioni dall’altra, sarà fondamentale.

Accesso regolato degli extracomunitari agli alloggi popolari

Il tema dell’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica ai soggetti stranieri non comunitari è estremamente complesso anche perché negli anni si è creato un sistema normativo internazionale, comunitario e nazionale che, grazie anche all’interpretazione della Magistratura ordinaria e amministrativa, non permette sostanzialmente di introdurre il requisito della cittadinanza italiana quale requisito preferenziale per l’assegnazione nel settore ERP.

Non è certo possibile qui esaminare la complessa normativa cui si è accennato, ma è possibile accennare ad alcuni criteri che potrebbero regolare la presenza di cittadini extracomunitari nell’assegnazione degli alloggi popolari prendendo magari lo spunto da esperienze di altre Regioni. Un primo parametro è quello della residenza e/o di una attività lavorativa sul territorio Anche gli stranieri extracomunitari dovranno avere la residenza anagrafica o la loro principale od esclusiva attività lavorativa nel comune interessato al bando. Tale residenza od attività lavorativa potrebbe essere fissata in 5 anni come avviene in Lombardia.

Talvolta gli anni di residenza sono determinanti ai fini del punteggio In Lazio in alternativa alla cittadinanza italiana si richiede che gli extracomunitari abbiano la carta di soggiorno o siano regolarmente soggiornanti ed iscritti nelle liste di collocamento o esercitino una regolare attività di lavoro subordinato o autonomo. Il criterio della residenza per partecipare ai bandi ERP può essere giustificato col principio affermato dal TAR di Brescia/Lombardia ord. 26 02 2010 n.76 secondo cui;” un requisito di stabile residenza può essere ragionevolmente richiesto al cittadino straniero per godere dei diritti sociali ma solo con la finalità di dimostrare l’esistenza di un collegamento significativo con la comunità nazionale” Naturalmente il criterio della cittadinanza va utilizzato con cautela per non incorrere in pronunzie negative del Tar.

Per quanto attiene al requisito del lavoro è da porsi il problema dell’inserimento nei bandi di clausole che escludano i titolari di lavori precari e stagionali in quanto l’assegnazione di una casa popolare è un beneficio stabile e prezioso che non può essere legato a situazioni contingenti e transitorie. Altri parametri potrebbero essere quelli legati al possesso della documentazione comprovante la regolarità della presenza dell’extracomunitario sul territorio nazionale (carta di soggiorno permesso di soggiorno)

Il partecipante al bando non dovrebbe essere titolare di proprietà o di altri diritti reali minori su alloggi adeguati alle esigenze del nucleo familiare in Italia o all’estero ed al riguardo dovrebbe essere esclusa ogni autocertificazione, richiedendosi la dimostrazione del requisito da parte di soggetti terzi attraverso certificazioni ed attestati rilasciati dalla competente autorità dello stato estero di appartenenza, corredati da traduzione in lingua italiana, autenticata dall’autorità consolare italiana, che ne attesti la conformità all’originale, con avviso agli interessati che la produzione di documenti falsi integra un reato.

Si tratta di parametri conformi alla logica ed al buon senso che non dovrebbero creare alcun problema agli stranieri che si trovino in posizione regolare e che abbiano un collegamento effettivo con la comunità territoriale cui si riferisce il bando. Si tratta di criteri non discriminatori che potrebbero trovare applicazione in maniera da evitare, nei limiti del possibile, la mannaia dei tribunali come accadrebbe, invece, ove si volesse applicare il principio “prima gli italiani” o fare riferimento al principio di reciprocità, principi che, allo stato attuale, verrebbero bocciati in sede giurisdizionale.

Prof. Avv. Patrizio Rossi